Italia – Germania 4 a 3
Lawrence d’Arabia
Monaco, 1942. Un torneo di scacchi nazista per nazifascisti. Forse sì,
chissà... le vite degli altri sono sempre un mistero! Al quinto turno la
“partitissima” del “Primato” dell’asse
nazifascista: Italia – Germania! I due portacolori, i due
“superuomini”
über alles sono Klaus Junge e Mario
Napolitano. Klaus Junge è sulla cresta dell’onda. Alto, biondo, occhi
azzurri: è l’incarnazione del modello “ariano” di Hitler.
Veste in uniforme con la croce uncinata al braccio. Ma non tutti lo ricordano
come un nazista. Non Karel Opocensky – i due si frequentarono e
conversarono a Praga... di marchi e di corone cecoslovacche! – né Paul
Felix Schmidt. Lo stesso Schmidt, nel 1976, risponderà con sdegno a George
Koltanowski, reo di aver dileggiato in un articoletto il suo “amico
carissimo” Klaus Junge – e
l’estone-tedesco-canadese-americano Schmidt di sicuro nazista non era,
come di sicuro non lo era l’estone Paul Keres, che pure ai tornei nazisti
partecipò assiduamente. Mario Napolitano l’italiano, invece, non è un
ariano, ma è comunque uno della cerchia, un “alleato”, un camerata.
Studia Filosofia. Anche se lavora già in Comune (in Puglia) – forse
grazie alla tessera del fascio – studia Filosofia: legge Spinoza e Kant.
Klaus Junge, invece, studia Matematica. Nessuno dei due, forse, è a suo agio
negli abiti imposti della liturgia nazifascista: Junge ingessato
nell’uniforme militare del Reich, e l’altro, l’ariano
terrone, rivestito nel suo completino da...
Domenica del Corriere.
Alla scacchiera le distanze sono siderali: Junge, il tedesco, è già un
Weltmaster in fieri; Napolitano no. O forse sì, perché degli scacchi
per corrispondenza è davvero un virtuoso. Un giornale tedesco dell’epoca
(
Signal, 22/1942) lo immortala con indulgente ironia:
Napolitano, der Schachmeister Italiens, ist Student der Philosophie. Als
Vertreter des südlichen Temperaments scheint er zunächst von einer
überraschenden Gelassenheit, die durch manchmal auftretende augenblickliche
Nervosität nur unterstrichen wird. Diese Aufnahme entstand kurz vor Schluß
seiner Partie gegen den Weltmeister, die er verlor. Noch gibt er sich nicht
geschlagen. „Auffallend war“, erzählt der Berichterstatter,
„wie schnell in den wenigen Nachmittagsstunden aus dem gut rasierten
Philosophie-Studenten ein Mann mit Stoppelbartwurde“.
La partita comincia come la cronaca di una morte annunciata: Napolitano è
originale, come al solito, e morde e fugge l’avversario con ostinazione e
coraggio; ma Junge è una montagna, un carrarmato. A diciotto anni appena
comprende la posizione come se ne avesse mille, e declina la tecnica del finale
con l’automatismo di un Lasker e di un Fischer. Il tedesco avanza, con
sicurezza e pazienza, inesorabile, impenetrabile; ma Napolitano non cede,
“filosoficamente” resiste e s’illude. Alla 36ª mossa ecco il
miracolo, il sovvertimento: la Filosofia trionfa sulla Matematica. È
l’oblio di un millisecondo, una banalità circostanziale, una vertigine...
e già è troppo tardi! Il filosofo è più veloce della luce e con la Torre
carpisce (per scacco) un Pedone avversario... Quadro! Il tedesco è cinereo,
incredulo. Il Nero ha un Pedone in meno, ma domina ancora l’ala di Donna:
se Junge si perdonerà l’
insostenibile leggerezza
dell’essere, Napolitano, il filosofo, dovrà accontentarsi dello
scacco perpetuo. Ovvero Italia – Germania pari e patta. Ma Junge
über
alles non può perdonarsi, non può capacitarsi della (propria) comune
mortalità e, con l’adontata superbia di un dio bestemmiato o non creduto,
all’uomo cavallerescamente si arrende.
Mario Napolitano vivrà ancora a lungo, filosoficamente appartato in una
quotidianità impiegatizia a misura d’uomo non super. Negli scacchi,
tuttavia, diventerà “quasi” Campione del Mondo (per
corrispondenza), quando filosoficamente – e filosoficamente in assoluto
– attaccò alla morte l’australiano Purdy in un’epica partita
in cui (matematicamente) il caos sovrastò l’uomo. Klaus Junge morirà
invece appena tre anni dopo, nell’aprile del 1945, nei pressi di Amburgo,
da soldato, in combattimento. A soli vent’anni era già un ufficiale delle
SS, e poco importa che la guerra fosse già finita, che la vita non fosse
neppure cominciata e che la primavera non fosse ancora fiorita. Qualcuno
racconta che quel 17 aprile, quando tutti i soldati tedeschi si erano già
arresi, il tenente Klaus Junge, il matematico Klaus Junge, credeva ancora di
poter vincere la guerra. Anche da solo. A Dio né l’uno né l’altro
– perché non credo io – ma addio a tutti e due.