Scacco matto all’Impero
L’ex campione del mondo Bobby Fischer è di nuovo libero
Il ritorno dopo otto mesi nelle prigioni giapponesi; Bobby Fischer
sfugge alla “vendetta” Usa ottenendo la cittadinanza
islandese
Pio D’Emilia
Tokyo
Il Manifesto, 24 marzo 2005
![[ Bobby Fischer: le ali della libertà ]](images/fischer240305.jpg)
Libero. Ci ha
messo 8 mesi, stavolta, per dare
scacco matto. Ma alla fine ce l’ha fatta. E con l’ultima
mossa ha
battuto, in un sol colpo, Stati Uniti e Giappone. Grazie
all’aiuto di
un parlamento coraggioso (quello islandese, che gli ha concesso la
cittadinanza) e di un pugno di
supporters che hanno sposato
sin dal
primo giorno la sua causa, aiutandolo anche contro la sua
volontà, e nonostante, con il suo comportamento e le sue
provocazioni
urbi et orbi, abbia reso le cose sempre
più
difficili, Robert “Bobby” James Fischer,
il genio degli scacchi, è di nuovo libero e arriverà
stasera, salvo colpi di scena durante lo scalo a Copenhagen, a
Reykjavik, in Islanda. Dove sarà ricevuto con tutti gli onori,
come un eroe. Era dallo scorso 13 luglio che Fischer
era trattenuto, contro la sua volontà e in fragrante violazione
di ogni legalità, in un centro di deportazione nei pressi di
Tokyo. Assieme ai “clandestini” accusati di entrare
illegalmente in Giappone o sorpresi senza permesso di soggiorno. In
questo centro, isolato e situato nei pressi della centrale nucleare di
Tokaimura (fatto che ha ulteriormente stressato l’ex campione di
scacchi, terrorizzato dalla possibilità di essere contaminato),
Fischer
è stato tenuto in assoluto
isolamento, con quindici minuti di aria al giorno e la luce accesa 24
ore su 24, per quasi 8 mesi. In un paio di occasioni, in seguito alle
sue proteste per il cibo scarso e di scarsa qualità, è
stato picchiato dalle guardie. Ma ha anche ricevuto centinaia di visite
da parte di vecchi amici venuti apposta da ogni parte del mondo (sembra
che persino il suo acerrimo nemico Spasskij l’abbia cercato al
telefono,
per concordare una visita, peraltro rifiutata da Fischer: “non ho
voglia di rivederlo: poi magari mi chiede di rifare una
partita e francamente non ne ho nessuna voglia”), e da parte di
cittadini giapponesi attirati dalla sua fama.
“La visita più commovente è
stata quella di un vecchio scacchista ” ci ha detto Fischer
— nel fogliettino distribuito all’ingresso, come motivo
della visita ha
indicato il desiderio di farsi una partita. Io non gioco da anni a
scacchi, ma per lui l’avrei fatto. Solo che questi stronzi non mi
hanno
dato la scacchiera...”. In compenso sembra che una guardia,
fuori servizio, si sia persino azzardata a chiedergli un autografo!
Otto mesi. Poi, dopo una serie scoppiettante di
mosse, in parte concepite — spesso a sua insaputa — dal
comitato per
la sua liberazione (presieduto da un giornalista serbo che lavora a
Tokyo, John Bosnitch), in parte dettate direttamente ai suoi avvocati,
la soluzione. Legalmente ineccepibile (a differenza della sua
detenzione, decisamente illegale). Fischer, al quale le autorità
Usa hanno revocato e fisicamente sottratto
il passaporto (un atto senza precedenti: un funzionario
dell’ambasciata
Usa a Tokyo, tale “Peter” è entrato nella sala dove
Fischer era detenuto, gli ha chiesto il
passaporto e, davanti a tutti, l’ha stracciato), è un
cittadino
straniero senza titolo di viaggio e come tale va deportato.
La legge prevede che venga deportato nel suo paese
di origine,
a meno che il soggetto non adduca seri motivi e
indichi un altro paese, che dia il suo assenso preventivo alla sua
accoglienza. Questo paese, che fino a poche settimane fa poteva essere
la Germania (il padre di Fischer è tedesco), è diventata
l’Islanda. L’ambasciatore in persona, due giorni fa, ha
consegnato nelle mani degli avvocati di Fischer il suo nuovo
passaporto, nuovo di
zecca. La pressione sul governo giapponese è diventata
insostenibile, soprattutto dopo che anche la stampa locale ha
cominciato (dopo 8 mesi!!) a occuparsi del caso e che alcuni deputati
dell’opposizione hanno effettuato delle interrogazioni
parlamentari.
Un ultimo riscontro con gli Stati Uniti, per
verificare se il mandato di cattura per evasione fiscale potesse essere
pronto entro poche ore e poi la decisione finale di arrendersi. Bobby
non finirà i suoi giorni un carcere americano, ma tra i
“caldi geli” dell’Islanda, come ha commentato ieri un
raggiante John Bosnitch. Raggiunto ieri sera per telefono, nel carcere
dove l’avevamo incontrato qualche settimana fa, Fischer ha
così commentato la notizia: “Era ora. Onore ai
vichinghi, e vergogna ai giapponesi. Li pensavo più
coraggiosi... invece non sono che degli ebrei gialli”. Il solito,
paradossale, ritornello antisemita cui Fischer, ebreo per nascita,
ricorre in modo oramai maniacale, e che — secondo
molti — è alla radice dell’accanimento con il quale
gli Stati
Uniti l’hanno inseguito per dieci anni in tutto il mondo.
Non tanto, forse, per aver violato l’embargo e aver giocato la
famosa rivincita contro Boris Spasskij a Belgrado, nel 1992,
su invito di Milosevic, ma per il suo persistente, forsennato
atteggiamento di sfida e di disprezzo per la Patria. Per accedere al
desiderio di rivalsa degli Stati Uniti, l’Impero del Sol Levante
si
è infilato in un corridoio sempre più stretto, sino a
diventare impercorribile, di mosse astruse e illegali, dove cavalli,
torri e pedine non rispondevano più alle regole, ma si muovevano
in modo disordinato, senza alcuna certezza. Chiunque altro ci avrebbe
rimesso le penne. Fischer no. Alla
fine, l’ha spuntata di nuovo lui.