Fischer, scacco matto
Se ne va una leggenda
di vincenzo martucci
La Gazzetta dello Sport, sabato 19 gennaio 2008, p. 5.
Bobby Fischer è morto giovedì [17 gennaio 2008], a 64 anni, per insufficienza renale, al terzo piano della palazzina 1 del Landspìtali di Reykjavik, in Islanda, dove avevamo incrociato il suo sguardo lacrimoso di uomo stanco e la delusione della infermiera-capo, Hildur Tora Hallbjornsdottir: “Rifiuta qualsiasi forma di aiuto medico”.
Il più famoso scacchista, il simbolo della Guerra Fredda, il protagonista del famoso campionato mondiale, “il match del secolo”, vinto nel 1972 contro il russo Boris Spasskij, è morto come voleva morire: come gli elefanti, lontano da ogni clamore e commiserazione, lontano dalla pazza folla che odiava, solo coi suoi pensieri da paranoico, e quindi la convinzione che qualcuno lo volesse morto. Lontano geograficamente, ibernato nella gelida riservatezza della glaciale Islanda, il paese che gli aveva offerto asilo e salvezza, nel marzo 2005, quando i rapporti con i suoi Stati Uniti erano arrivati a un punto di non ritorno. E rischiava la prigione per aver violato l’embargo contro l’ex Jugoslavia giocando nel 1992 la rivincita contro Spasskij.
PRIVACY Appena messo piede nel nuovo Paese, Fischer aveva chiarito, nei modi e nelle abitudini, che non voleva intrattenere rapporti con l’umanità, se non per bere un tè con qualche coetaneo al solito pub del centro e, soprattutto, con il taciturno e scontroso libraio, Braji Bohavan, collezionista di vecchi manoscritti e appassionato di scacchi. Aveva presto tagliato i ponti con l’amico Einar Einarsson, l’ex presidente della Federscacchi locale, che era stato fondamentale nel suo approdo in Islanda, e con Saemi Saemundur Pàlsson, ex poliziotto, poi guardaspalle già ai tempi del famoso mondiale che fece esplodere la passione degli scacchi ad intere generazioni.
NIENTE SCACCHI Come passava il tempo? Soprattutto da solo, a guardare la natura, che adorava, a fissare i laghi ghiacciati e le straordinarie aurore. Bobby Fischer non voleva più parlare, né giocare a scacchi. Ma chissà quante interminabili partite avrà giocato nella testa, quante varianti avrà trovato, quante aperture, lui che era considerato uno dei più grandi, se non il più grande. Come ha sottolineato l’ex campione mondiale, il russo
(*) Garry Kasparov: “La sua ascesa negli Anni ’60 è stata la fondamentale svolta per gli scacchi”. Mentre il grande nemico-amico, Spasskij se l’è cavata con un secco: “Sono molto dispiaciuto”. Forse ricordando che Fischer tanto simpatico non era quando giocava a scacchi. Come diceva lui, votato da sempre alla vittoria a tutti i costi: “Adoro il momento in cui distruggo l’ego di un uomo”. E che invece si raccontava così: “I giornalisti mi chiamano sempre eccentrico, eccentrico, eccentrico, e strano. Io sono noioso, noioso, noioso”.
DONNA SEGRETA Sembra che, una settimana prima della morte, Fischer abbia ricevuto la visita di Miyoko Watai, la presidente della federscacchi giapponese che aveva incontrato quand’era detenuto in Giappone, prima di trovare asilo in Islanda, e che non aveva mai sposato. Sembra.
(*) In verità, Garry è azerbagiano.